Pan e Vin

Questa è una notte magica,
una notte piena di sogni, di riti, di speranze, di desideri, questa è la notte dei falò, questa è la notte dove si rispetta una tradizione Celtica e si bruciano ” le foghère”, grandi cataste di legno, questa è la notte dove si brucia il passato sperando in un futuro migliore, questa è la notte dove ci si riunisce in cerchio, si grida e si canta, “Pan e Vin “, questa è la notte dove la direzione del fumo sarà presagio per il futuro.
A Pordenone il falò, in segno di augurio per un anno di abbondanza, si chiama “Pan e Vin “e si brucia la sera del 5 gennaio mentre a Udine si chiama “Pignarul “e si accende la sera del giorno 6. Pordenone o Udine cambia poco e sarà sempre e solo la direzione del fumo l’indicazione di un buono o cattivo anno.
A Pordenone si dice “ Se el fun va a la marina, ciol el sac e va a farina; se el va a la montagna, no se ghe magna “ ( se il fumo va verso sud, prendi il sacco e vai a farina, se va a nord, non si mangia ), a Udine : se il fum al va a soreli a mont, cjape il sac e va pal mont; se il fum invezit al va de bande di soreli jevât, cjape il sac e va al marcjât ( se il fumo va a occidente, prendi il sacco e va per il mondo; se il fumo invece va a oriente, prendi il sacco e va al mercato ).
Questa è la notte dove il fumo deve andare verso il mare!
Questa è anche la notte di ricordi stupendi, è la notte del vin brulè preparato a casa, del vino rosso con cannella, zucchero, arance, limone, mela, noce moscata e chiodi di garofano che non mi piaceva bere ma che mi affascinava guardare la mamma mentre lo preparava e poi, ad un certo punto, papà spegneva la luce e accendeva con un fiammifero quel vino e poi, tutti assieme guardavamo in silenzio quella fiamma che rendeva magica la stanza e ci faceva sentire uniti e sacerdoti di un rito tra il sacro ed il profano.
Già, non mi piaceva il vin brulè e non lo bevevo però mangiavo i pezzi di frutta, ancor oggi non mi piace ma lo bevo per rispettare una tradizione che da sempre sfida il tempo e che non deve assolutamente morire.
La stessa tradizione che la sorella della mamma rispettava preparando per tutti la “pinza” uno dei dolci più antichi della cucina veneta, un dolce povero dove spesso gli ingredienti variavano in base alla disponibilità della dispensa: latte, farina di mais, farina 00, zucchero, mele, uova, grappa, burro, uvetta, mandorle, pinoli, fichi secchi e scorza d’arancia e semi di finocchio.
Un dolce povero ma atteso ogni anno con gioia perché rappresentava un momento di unione e di festa.
Questa era, è e resterà una notte magica, la notte del “Pan e Vin e la pinsa soto el camin “, la notte del fumo da osservare ma soprattutto questa è la notte dove basta poco per essere felici, basta trovarsi, cantare e tenersi tutti per mano in un grande girotondo attorno al fuoco e sperare in un anno sempre migliore di quello appena passato e allora “Pan e Vin!”, che “ el fun va a la marina “ e che sia un 2022 che meriti di essere ricordato
Del resto sperare costa così poco…..

BVS! ❤️

Andrea Spessotto

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