Si stava meglio quando si stava peggio…


Pare che la nostalgia per i tempi antichi sia un’afflizione comune agli uomini di ogni età: c’è un tempo perduto che vagheggiamo melanconicamente, setacciandone la purezza e la semplicità, l’abbondanza di qualche dono particolare e dimenticandone le asprezze.
Del passato in terra friulana tramandiamo così lo spirito infaticabile, la tenacia della gente e la purezza delle montagne. A ben vedere però di povertà deve essersene sofferta tanta: le testimonianze di questa vita faticosa sono molte e ben radicate.
Partiamo dai viaggiatori. Cramârs dalle vallate carniche: uomini che transitavano merci tra Venezia, dunque l’Oriente, e i paesi germanici con merci rare e preziose, soprattutto spezie. Kromere dalla Valcellina in giro per l’Italia tutta, Trentino incluso: donne che imparavano lingue e dialetti indispensabili per vendere pizzi, merletti, collanine, calze, mutande… Merceria, insomma; e donavano i santini raccolti nei santuari lungo la via, una forma di ringraziamento e benevolenza per le clienti. Li accomuna la strada, ma anche un oggetto indispensabile per il lavoro: la cassettiera.
Portata rigorosamente sulle spalle, come uno zaino, era il magazzino ambulante: fabbricata di legno di ciliegio, poteva pesare fino a 40 chili ed era caricata con attenzione per le dimensioni della merce ma anche per attirare i clienti ponendo per esempio in alto collane e anellini. Forse era anche casa e rifugio per questi ambulanti: se ben caricato, il grande pacco che veniva posto sopra la cassettiera riparava anche dalla pioggia.
Oggi ritroviamo le cassettiere in qualche museo etnografico e le ammiriamo con nostalgia per un mondo in cui non tutto era a portata di mano, non tutto era scontato. Qualche ristorante ha fatto della kromere un delicato modo per servire la petite patisserie a fine pasto e c’è chi racconta anche che dai cramârs derivino i cjarsons: le donne carniche usavano infatti riempiere i tipici ravioli di patate con ciò che restava nelle cassettiere dei loro mariti, dando vita ad una miriade di ricette sensibilmente differenti di un piatto povero ma allo stesso tempo ricco.
Quando ammiriamo questi oggetti ormai d’antiquariato e degustiamo un bel piatto di cjarsons fumanti, pensiamo allora alla polvere sotto i piedi di uomini e donne che per far fronte alla durezza della vita han percorso strade e attraversato valli, con ogni tempo. Pensiamo con gratitudine e rispetto che la povertà ha lasciato frutti abbondanti nell’ingegno e nelle tradizioni.
Elisa Parise

Pan e Vin

Questa è una notte magica,
una notte piena di sogni, di riti, di speranze, di desideri, questa è la notte dei falò, questa è la notte dove si rispetta una tradizione Celtica e si bruciano ” le foghère”, grandi cataste di legno, questa è la notte dove si brucia il passato sperando in un futuro migliore, questa è la notte dove ci si riunisce in cerchio, si grida e si canta, “Pan e Vin “, questa è la notte dove la direzione del fumo sarà presagio per il futuro.
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Un uragano…dà pane. Spezzato ma fragrante: il bosco rinasce in tavola.

Che cosa succede dopo una tempesta distruttiva come Vaia, nell’ottobre 2018 in Friuli?
Lo chef Stefano Basello impasta amore per il territorio; studio delle tradizioni e perizia dell’artigiano: succede che il pane profuma di bosco e la tavola risarcisce ciò che l’uragano ha distrutto.
Come ti è venuta l’idea di fare del pane di corteccia?
Cinque anni fa con l’aiuto di Valeria Margherita Mosca ho approfondito l’utilizzo di erbe, radici e fiori proprio come si faceva un tempo. Ci siamo innamorati delle cortecce e delle farine di sussistenza. Una pratica usata in tempo di povertà e, dopo il disastro Vaia, i nostri studi sembravano proprio utili per aiutare il territorio.
Quali difficoltà hai incontrato?
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