Flash di un passato che profuma di stufa e di sogni

Ci sono momenti che restano sospesi nel tempo, come piccole fotografie che la memoria tiene nascoste in un cassetto, pronte a riemergere quando meno te lo aspetti. A volte basta un odore, un fruscio, il calore improvviso di una fiamma, e tutto torna: le luci, i volti, le voci. L’infanzia è fatta di questo — di attese, di piccole scoperte, di gesti semplici che allora sembravano magici. Ricordo il bagno davanti alla stufa accesa. L’acqua nella bacinella fumava, e la mamma, con le mani ancora arrossate dal bucato, controllava che non fosse troppo calda. Il pavimento di pietra, il rumore della legna che scoppiettava, e il mio desiderio di tuffarmi dentro quella nuvola di calore. Dopo l’asciugamano morbido e profumato di lavanda arrivava il momento del pigiamino fatto dalla mamma, cucito perfettamente con una stoffa che odorava di bucato fresco e amore. Le cuciture erano perfette, ogni punto raccontava la cura di una madre che costruiva con le proprie mani anche i sogni dei suoi figli. Mi sentivo come il protagonista de “Il piccolo Lord”. Fuori era inverno. La finestra piccola appannata lasciava intravedere solo l’ombra del mondo di fuori, e io aspettavo il papà. Continua a leggere “Flash di un passato che profuma di stufa e di sogni”

Si stava meglio quando si stava peggio…


Pare che la nostalgia per i tempi antichi sia un’afflizione comune agli uomini di ogni età: c’è un tempo perduto che vagheggiamo melanconicamente, setacciandone la purezza e la semplicità, l’abbondanza di qualche dono particolare e dimenticandone le asprezze.
Del passato in terra friulana tramandiamo così lo spirito infaticabile, la tenacia della gente e la purezza delle montagne. A ben vedere però di povertà deve essersene sofferta tanta: le testimonianze di questa vita faticosa sono molte e ben radicate.
Partiamo dai viaggiatori. Cramârs dalle vallate carniche: uomini che transitavano merci tra Venezia, dunque l’Oriente, e i paesi germanici con merci rare e preziose, soprattutto spezie. Kromere dalla Valcellina in giro per l’Italia tutta, Trentino incluso: donne che imparavano lingue e dialetti indispensabili per vendere pizzi, merletti, collanine, calze, mutande… Merceria, insomma; e donavano i santini raccolti nei santuari lungo la via, una forma di ringraziamento e benevolenza per le clienti. Li accomuna la strada, ma anche un oggetto indispensabile per il lavoro: la cassettiera.
Portata rigorosamente sulle spalle, come uno zaino, era il magazzino ambulante: fabbricata di legno di ciliegio, poteva pesare fino a 40 chili ed era caricata con attenzione per le dimensioni della merce ma anche per attirare i clienti ponendo per esempio in alto collane e anellini. Forse era anche casa e rifugio per questi ambulanti: se ben caricato, il grande pacco che veniva posto sopra la cassettiera riparava anche dalla pioggia.
Oggi ritroviamo le cassettiere in qualche museo etnografico e le ammiriamo con nostalgia per un mondo in cui non tutto era a portata di mano, non tutto era scontato. Qualche ristorante ha fatto della kromere un delicato modo per servire la petite patisserie a fine pasto e c’è chi racconta anche che dai cramârs derivino i cjarsons: le donne carniche usavano infatti riempiere i tipici ravioli di patate con ciò che restava nelle cassettiere dei loro mariti, dando vita ad una miriade di ricette sensibilmente differenti di un piatto povero ma allo stesso tempo ricco.
Quando ammiriamo questi oggetti ormai d’antiquariato e degustiamo un bel piatto di cjarsons fumanti, pensiamo allora alla polvere sotto i piedi di uomini e donne che per far fronte alla durezza della vita han percorso strade e attraversato valli, con ogni tempo. Pensiamo con gratitudine e rispetto che la povertà ha lasciato frutti abbondanti nell’ingegno e nelle tradizioni.
Elisa Parise