[Per dona]re [libera mente]

Come può chi ha subito un torto enorme, come l’uccisione di un congiunto, pronunciare parole di perdono?
Sembra un paradosso, eppure succede: lo troviamo spesso nelle cronache. Recentemente la missione della diocesi di Concordia-Pordenone in Mozambico ha subito un attacco da parte dei terroristi: durante quella notte don Loris, uno dei sacerdoti coinvolti, invia un messaggio ai suoi di casa e scrive “ho perdonato chi eventualmente mi ucciderà”. Nel 2021 venne scarcerato Giovanni Brusca per fine pena e Maria Falcone dichiarò: “Mi addolora, ma è la legge”. Da dove viene la forza per il perdonoperdono in questi casi?
Perdonare e perdonarsi significa riconoscere che il torto subito o l’errore commesso non intacca il nocciolo duro di bontà che ha valore per la persona. Riusciamo a perdonare a noi stessi gli errori, le imperfezioni, le sviste e perfino gli incidenti quando riconosciamo pienamente e fermamente la bontà che ci è intrinseca e la valutiamo nella sua giusta dimensione. Se invece il suo valore dipende dagli abusi degli altri, è perché non ne siamo completamente convinti nemmeno noi: è impossibile perdonare quando l’agire altrui intacca e corrode i nostri beni.
Riconoscere che la perfezione e l’integrità non sono un assoluto a cui tendere, sentire profondamente che la vita è buona insieme a tanti piccoli inciampi e dolori è la via per donarsi: la gratuità di chi sa che nulla è dovuto, che la ricerca di ottimi risultati non dà per scontato il risultato, che le buone intenzioni spesso lottano contro le avversità inderogabili, la gratuità di chi coglie e riceve il bene con cuore libero dal possesso è il motivo per cui per-donare è possibile.
Nella misura in cui ci sentiamo liberi, come se nulla potesse esserci tolto, siamo pronti a donare la nostra vita e a perdonare le vite degli altri. Per donare, libera la mente dagli inganni del perfezionismo e dalle manie di persecuzione: perdonare è vivere liberamente.

Elisa Parise

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