Resilienza vs resistenza

CHE FAI: RESISTI O RI-SALI?
Resistere e insistere sulle nostre posizioni, come i partigiani di fronte agli eventi bellici o come un atleta che sostiene grandi fatiche, sembrerebbe una virtù.
Per capirci un po’ meglio, chiamiamo in causa l’etimologia: il verbo deriva dal latino “sisto”, cioè “mi fermo”. Di fronte alle sollecitazioni un materiale resistente non si modifica, resta appunto indeformato.
Cosa succede però quando l’urto è talmente forte da scalfire questa grande integrità? I materiali cedono, si rompono, si deformano: nella tecnica la resistenza indica anche l’idoneità di un materiale alla funzione cui viene destinato, per cui nel momento in cui la forza applicata prevale e il materiale si deforma o si rompe esso risulta non idoneo alla funzione prevista.
Se a opporre resistenza è una persona, gli urti della vita possono via via piegarla, spezzarla, umiliarla talmente tanto da farla sentire, appunto, inadeguata. È capitato a tutti di pensare che la vita ci abbia messo troppo a dura prova: troppe sollecitazioni hanno finito per abbatterci, la nostra capacità di resistere ci ha abbandonato.
La pallina da tennis che colpisce la racchetta esercita una pressione tale da deformare la superficie piana, eppure la racchetta dopo il rimbalzo resta integra. Rimbalzare in latino si dice “re-silio”, cioè “salto indietro, salto di nuovo”. È la resilienza la virtù del terzo millennio, cioè la capacità di trovare risorse interne ed esterne per assorbire gli urti e non lasciarsi da essi deformare se non in minima parte, certamente ritornando in forma subito dopo.
Questa proprietà era già nota agli scienziati del Seicento che si esprimevano però in latino. Sporadiche le attestazioni del termine in italiano nei secoli successivi: entra a far parte del lessico dell’ecologia, della psicologia e perfino dell’economia solo a partire dal 2011. Se l’onda d’urto è troppo forte abbiamo dunque una nuova possibilità: perché non cavalcarla e uscirne scoprendo nuove energie?
Elisa Parise

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