Cose che ho imparato da te

Giada si rigirò fra le mani il ciondolo appena scartato dall’involucro che lo conservava intatto dentro una scatola di scarpe adibita a portaoggetti. L’albero era pronto per essere addobbato, ma quel pendaglio doveva essere posizionato per primo. Solo dopo era possibile proseguire nelle decorazioni.
L’oggetto in questione, in ceramica dipinta di bianco, rappresentava un cuore piuttosto squadrato alla cui estremità si intrecciava, a formare il disegno di un punto ricamato, un filo bianco e rosso. In basso a destra era incisa la scritta “JOY”. Giada l’aveva ricevuto moltissimi anni fa da un’artista di paese come buon auspicio per la realizzazione della casa che allora lei e Alessandro stavano costruendo. L’abitazione non aveva ancora gli infissi né le pareti divisorie, ma la signora dava ad ognuna delle sue creazioni un significato e, con quel dono, voleva augurarsi che quel progetto, che a poco a poco stava diventando realtà, rappresentasse presto ciò che la coppia aveva sempre desiderato. Il dicembre successivo, quando lei e Alessandro finalmente entrarono nella nuova casa, decisero che quel ciondolo sarebbe stato la prima decorazione natalizia con cui abbellire il loro albero. E così era effettivamente avvenuto, anno dopo anno, Natale dopo Natale. Tutta la loro vita, e quella dei loro figli e dei loro nipoti, era trascorsa dentro quella casa, nel calore di quelle stanze, nella luce di quelle finestre, di fronte a quel cuore di ceramica che non aveva altro valore se non quello, smisurato, che loro vi avevano attribuito.
Giada osservò attentamente l’intreccio creato dal filo bianco e rosso. Non si intendeva molto di cucito, ma sì, quello era senza dubbio un punto croce. Si ricordò improvvisamente di quei fogli per il ricamo che sua nonna le regalava quando era bambina. Il disegno (una mamma orso con il passeggino, un tulipano…) era già definito, bastava ricamarci sopra seguendo la figura e il gioco era fatto. A Giada pareva di ricordare di averli sempre completati a punto croce o, al massimo, a punto erba. Le venne anche in mente che la signora del laboratorio delle ceramiche aveva dato all’oggetto che le aveva regalato il nome di “Ric-amore”. Doveva esserci uno stretto legame tra l’arte del ricamo e l’amore. Non era forse anche quest’ultimo considerato da molti un’arte? Non era questo, però, penso Giada, ad unire il ricamare all’amare.
Guardò di nuovo il punto croce. Esistevano poche regole fondamentali per realizzarlo in modo corretto: tutte le crocette devono avere la stessa direzione e bisogna evitare di fare nodi per ancorare il filo alla tela. Esattamente come nell’amore. Due amanti devono voler condividere un progetto, guardando lo stesso orizzonte, e imparare a superare le difficoltà restando uniti, senza interrompere continuamente la relazione. La creazione del punto è infatti già di per sé costituita da alti e bassi, da passaggi su e giù, proprio come la vita in due, ma quando al termine del percorso si tira il filo, allora il disegno si mostra nella sua completezza, più o meno perfetta.
Così era stato per Giada e Alessandro e, ora che erano vecchi e la loro vita insieme si era quasi compiuta, lei ricordava con dolcezza tutto ciò che aveva ricevuto nel tortuoso tragitto a due che l’aveva portata fin lì: la consapevolezza di dover piacere prima a sé stessi che agli altri, la leggerezza che deriva dall’allegria, l’accettazione di ciò che non possiamo controllare. L’amore, non quello di chi si limita a guardarti, ma quello di chi fa di tutto per vederti.

Francesca Tamai

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