ATTESA

Le settimane che precedono il Natale sono per tutti un periodo di grande attesa. Ci si prepara alla festa, si comperano gli ultimi regali, si pensa con gioia al riposo che ci sarà concesso in quei giorni da trascorrere in famiglia o tra amici.
Non a caso per i cristiani questo tempo, chiamato Avvento, rappresenta l’attesa della venuta di Gesù, che solo nella notte tra il 24 e il 25 dicembre potrà essere posto nella mangiatoia della grotta, tra Giuseppe e Maria.
In questi giorni anche il lavoro ci sembra più leggero e le fatiche quotidiane vengono affrontate con un ottimismo perlopiù sconosciuto, nella consapevolezza, forse, che anche ad esse sarà presto concessa una tregua.
Poco importa se al cenone la prozia ci chiederà quando pensiamo di mettere la testa a posto e al pranzo del giorno dopo la nonna non perderà l’occasione di rimproverarci qualcosa. Mentre attendiamo, assaporiamo idealmente ciò che pensiamo ci renderà felici, e speriamo che sia sempre all’altezza di quello che ci aspettavamo.
Il nostro avvento è un sabato del villaggio leopardiano che non conosce la delusione della domenica, perché quando guardiamo in avanti, quando “tendiamo verso” (ad tendere) qualcosa che sta oltre il nostro presente e che ancora non ci appartiene, non possiamo che appropriarci della speranza che il nostro bisogno di appagamento trovi concretizzazione.
È questa la felicità dell’attesa. È questo il tempo che può concedere a tutti, almeno una volta e magari per poco, di immaginare un nuovo inizio.

Francesca Tamai

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