Il pàthos che ci salva

Apatia.
A pronunciarla, con tutte quelle vocali dal timbro aperto e luminoso, sembrerebbe quasi una parola bella e rassicurante, parente stretta di “fantasia”, “euforia”, “armonia”.
Questo è un caso, però, in cui il significante, cioè l’aspetto grafico e sonoro del termine, si fa beffe del significato, ovvero dell’idea rappresentata da suoni e lettere. L’apatia, infatti, è definita come “stato d’indifferenza abituale o prolungata, insensibilità, indolenza nei confronti della realtà esterna e dell’agire pratico” (vocabolario Treccani), e in questi tempi di pandemia e restrizioni il rischio di diventare apatici l’abbiamo corso, o lo stiamo correndo, tutti. Schiacciati dalla routine e privi quasi di qualunque forma di evasione, ci è mancato poco che dimenticassimo la forza travolgente delle emozioni e delle passioni.
Vale la pena, allora, soffermarsi ancora un po’ sulla parola oggetto della nostra discussione, “apatia”. Al suo interno c’è senza dubbio un elemento che riconosciamo familiare: quel “-patia” non vi sembra lo stesso di “simpatia” o di “empatia”? È proprio così: “-patia” deriva dal greco pàthos, termine che, fra le sue tante accezioni, ha quelle di sentimento, emozione, passione. Ciò che rende le parole “apatia”, “simpatia” ed “empatia” diverse l’una dall’altra si trova davanti al pàthos; nel caso di “apatia” quella “a-” cosiddetta privativa che elimina la sensibilità, la stessa che toglie il senso della collettività nell’asociale o la moralità nell’amorale.
Una vocale che cambia tutto, insomma. Una vocale che ci sfida a combattere per non perdere ciò che la segue, come a dirci: “Quel pàthos me lo tengo bello stretto, lo voglio tutto per me. Tu che fai? Sei disposto a lasciartelo scappare?”. La risposta può venire solo da noi, dalla nostra volontà di riconoscere che senza passione non c’è vita, che qualcosa dentro deve ardere, sempre, e che quel fuoco va custodito come ricchezza inestimabile. Al mondo non c’è bene più grande e più salvifico di ciò che ci permette di “sentire” con il cuore.

Francesca Tamai

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