E poi il silenzio

Il silenzio all’inizio fa paura, è vuoto, mancanza, abbandono, spesso si rifugge. Il silenzio è una presenza ingombrante, l’elefante grigio seduto in una stanza, l’imbarazzo, il disagio. È un’esperienza da evitare, un contenitore da riempire con i suoni, con le parole, con gli impegni, con l’andare e tornare, con la folla.
Eppure il silenzio è prezioso, è un momento di riflessione, un attimo di pausa dal mondo esterno, uno spazio di riconnessione con sé stessi, un’oasi di pace e serenità. Per molti è complicità d’intesa, è comunicare con i sensi senza bisogno delle parole.
Il silenzio è un alleato che si apprezza col tempo, non è un’amicizia che si coltiva in gioventù e, facilmente, si confonde con la solitudine.
Il silenzio è ascolto, totale attenzione alla comprensione, la chiave per capire e capirsi l’un l’altro, dono di pochi, dote dimenticata, dai più inconsapevolmente bramata nel prossimo come tesoriere di mille segreti e più confidenze.
In tempi moderni viene sottovalutato, perfino bistrattato, eppure trovo che meriterebbe di essere rivalutato come medicamento alla frenesia, al vociare ininterrotto, ai fiumi di parole senza foce, alla cacofonia di suoni distorti. Il silenzio come forma di comunicazione potente ed efficace, diretta, definitiva, catalizza l’attenzione.
Dal passato l’antica saggezza: il silenzio è d’oro.

Monia Rossi

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