L’ARTE DI NON DIVENTARE TROPPO FRAGILI

Mio padre, quando parla della sua età, tira fuori il vecchio metro da muratore, lo apre e appoggia il dito sulla tacchetta dell’ottantuno, l’aspettativa di vita attuale di un maschio italiano, e poi scorre il dito all’indietro solo di un po’ e dice: “Io sono arrivato qua…” e sorride.

Maria vive da sola da decenni, ha 94 anni e la sua ironia e intelligenza sono ancora vivacissime. La sua vita è una routine di gesti ripetuti con il rito serale della sigaretta fumata sul terrazzino.

Il segreto di Vittorio, che a quasi ottant’anni vendemmia e lavora come se ne avesse quaranta, è “dormire bene, camminare molto e mangiare poco.”

Invecchiare è un’arte che va coltivata da giovani. Non c’è una ricetta unica, ognuno deve trovare il proprio equilibrio e mettere in gioco le proprie risorse. Non c’è più nemmeno un limite anagrafico per definire la vecchiaia: l’età della pensione, che governi e pressioni demografiche spingono sempre un po’ più in là, non è più il confine tra l’età adulta e la terza età. Sono sempre più numerose le persone che, smesso di lavorare, si impegnano in attività culturali, di volontariato o di assistenza fuori e dentro la famiglia. Le politiche di “invecchiamento attivo” sono sempre più diffuse e mirano a trasformare la vecchiaia in longevità.

Il concetto di vecchiaia oggi è molto legato a quello di fragilità. Sono gli aspetti psicologici, culturali, sociali ed economici, oltre allo stato di salute e alla capacità di svolgere da soli le attività quotidiane, che permettono di capire qual è il grado di fragilità a cui la persona è esposta, qual è cioè il rischio che piccoli incidenti di percorso possano compromettere definitivamente la qualità della vita. In sostanza, l’età da sola non comporta la fragilità ma è la fragilità che può rendere concreta la vecchiaia e la perdita di autonomia.

Le buone notizie vengono dalle neuroscienze: si può fare molto per posticipare l’arrivo di questo momento. Certo, la genetica ha la sua importanza, ma il resto è nelle nostre mani: un’attività fisica moderata, l’alimentazione varia e bilanciata, gli stimoli culturali adeguati e il mantenimento di momenti di socialità, sono delle ottime abitudini che aiutano non solo a mantenere in buona salute il corpo e la mente, ma permettono addirittura di costituire una “riserva” utile per posticipare il degrado cerebrale. Mentre fino a pochi anni fa si riteneva che il cervello perdesse quantità rilevanti di massa neuronale già in età giovanile, ora sappiamo che il tessuto cerebrale ha la capacità di rigenerarsi anche in età adulta e di plasmarsi per adattarsi agli stimoli esterni. Cominciamo quindi ad avere le conoscenze e gli strumenti per costruire una vecchiaia sana e attiva. È un compito a cui siamo chiamati tutti, per il bene nostro e delle generazioni che seguiranno.

MARTINA CAPPELLETTO

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