Il telefono del Vento – per non dire addio

Avete mai pensato a come sarebbe se potessimo parlare, anche solo per telefono, con qualcuno che amiamo ma che non è più fisicamente con noi?
Su una collina che domina l’Oceano Pacifico, fuori dalla città costiera di Otsuchi in Giappone, c’è una cabina telefonica di vetro, bianca, all’interno della quale c’è un quaderno e un telefono nero, collegato al nulla.
Il signor Itaru Sasaki l’ha installata nel proprio giardino, chiamato “Bell Gardia”, dopo la morte del cugino. Cercava un modo per continuare a parlare con lui.
Quando poi nel 2011 lo Tsunami sconvolse l’intera isola nipponica, il signor Sasaki decise che tutti coloro che ne sentivamo la necessità avrebbero potuto servirsi del “telefono del vento” (“Kaze no denwa”).
Così iniziarono a giungere persone da ogni parte del mondo, tutte con l’intento di alleviare il proprio dolore e allontanare la sofferenza di un lutto improvviso. Quella sensazione di aver lasciato qualcosa in sospeso; quel “avrei voluto dire qualcosa prima, ma non ce l’ho fatta”.
Funziona così. I visitatori compongono il numero del loro parente. Non bisogna inserire monete o gettoni. Si può anche solo ascoltare. Il rumore del vento, i propri ricordi. Oppure, invece, si parla: di sé, “con” sé, o con chi non c’è più. Alcuni trovano conforto nella speranza che il loro parente possa ascoltarli.
«Quando senti il suono del vento, le onde del mare o il canto degli uccelli, trasmetti il tuo sentimento ai tuoi cari perduti attraverso il telefono», scrivono sul sito. Sembrerà folle, ma sono in tanti a credere che questo strumento possa aiutarli ad accettare la propria perdita. E affollano il mistico giardino facendolo diventare un autentico luogo di pellegrinaggio.
Cosa posso dire. Quando ho perso un’amica così, improvvisamente, il dolore è stato immenso. Il senso di qualcosa di non risolto ha creato in me un vuoto terribile. Un vuoto che il tempo ha aiutato a lenire solo in parte, ma che talvolta sento ancora presente.
Penso che l’iniziativa sia bellissima e rifletto sul fatto che tutti noi possiamo provare a fare ciò che il signor Sasaki ci ha insegnato. Chiudere gli occhi, ascoltare il nostro cuore e la nostra sofferenza; sentire il vento e lasciare che esso trasporti le nostre parole verso chi abbiamo perduto, ovunque esso sia.
Eleonora Brun

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