La contabilità degli affetti

Poche cose sono sgradevoli come sentirsi dire: “Sono in debito”.

Se un dono nasce dal cuore, da una pulsione spontanea che ci fa sentire bene, trovarsi calati subito nella contabilità degli affetti è fastidioso. “Sdebitarsi” è un verbo fintamente riflessivo. La sensazione di doversi liberare di un debito infatti non nasce mai da una riflessione quanto da un condizionamento automatico, familiare e sociale, che impone che ad ogni favore ricevuto debba corrispondere un favore di pari peso, economico o emotivo che sia. Quando pensiamo che è sempre un “dovere” restituire quanto ricevuto, non teniamo conto del fatto che l’amicizia, in realtà, è una concatenazione continua e piacevolissima di gesti e di attenzioni impagabili, un conto che è bene che rimanga aperto.

Pensiamo che l’affetto sincero si veda nel momento del bisogno e questo lo abbiamo sperimentato tutti: trovare una mano tesa quando siamo in difficoltà può davvero fare la differenza. Eppure, un vero amico è anche chi capisce quando è arrivato il momento del nostro bisogno di dare senza necessariamente ricevere in cambio qualcosa: perché sappiamo di aver ricevuto molto dalla vita, perché è il nostro modo per esprimere affetto, perché vogliamo, consciamente o meno, essere parte di una catena di piccoli gesti di immotivata gentilezza. Dare è semplice ed autogratificante, ricevere a volte è più difficile. Ricevere con un sorriso, un grazie e niente più, richiede molta sensibilità e, a volte, anche la capacità di mettere da parte un po’ del nostro smisurato orgoglio. Ci aspettiamo anche questo da un amico: che non tiri fuori subito il bilancino delle cose donate e di quelle ricambiate o il quadernino dove segnare le voci in entrata e quelle in uscita. Un’amicizia vera rimane tale anche quando i piatti della bilancia apparentemente non sono allineati, quando i conteggi sembrano in disavanzo. Sembrano, appunto, perché quando si sta in una relazione pensando al bene dell’altro, la bilancia si assesta da sola.

In fondo, pensateci: quando decidiamo di tagliare fuori una persona dalla nostra vita, diciamo che vogliamo “chiudere i conti”.  Tanta è la nostra paura di lasciare pendenze che possano un giorno esserci rinfacciate, che ci affanniamo a riportare in pari la contabilità degli affetti. Ricevere un dono senza pretendere di restituire per forza qualcosa a compensazione a volte è un grande, generoso, atto di fiducia nell’altro.

Martina Cappelletto

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