Le fatiche di Michelangelo Buonarroti

Le fatiche di Michelangelo Buonarroti.

Mi sono trovato spesso ad ammirare le opere del nostro patrimonio artistico ed architettonico. Una delle cose che più mi affascina e stupisce è ammirare le loro dimensioni.
Tutti percepiamo il Colosseo come un’opera gigantesca, ma paragonata agli edifici attuali quanto grande è quest’opera?
In questa serie di articoli proverò a fare alcune comparazioni.
Iniziando da San Pietro a Roma che, nel mondo, è sicuramente il luogo che detiene da solo la più grande ricchezza della storia dell’architettura, della scultura e della pittura.
E se si parla di San Pietro non si può non parlare di Michelangelo Buonarroti e della sua immensa fatica: la Cappella Sistina.
Un magnifico articolo su Michelangelo, scritto da Giulio Busi, dal titolo “Per la Cappella Sistina Michelangelo gettò a mare l’«opera» di Bramante” lo potete trovare sul sito del Sole 24 ore.
In alternativa vi consiglio il suo libro “Michelangelo” edito da Mondadori.
Riprendo solo alcune sue considerazioni invitandovi a leggere l’articolo completo.
L’opera fu una immensa fatica per Michelangelo. Lui, scultore, si ritrovò ad affrescare una sala gigantesca come la Cappella Sistina.
Non si intendeva di affreschi; imparò man mano mentre lo realizzava.
Modificò più volte l’impasto dell’intonaco per renderlo più congeniale alla sua tecnica. Quindi, oltre a dover dipingere con la tecnica del dipinto “a fresco”, dovette anche occuparsi di gestire e controllare la precedente intonacatura della sala, procedendo a piccoli passi e dipingendo prima che asciugasse. Dipinse a più di venti metri d’altezza su un ponteggio che dovette progettare lui stesso. Quello che gli fece il Bramante, probabilmente invidioso del suo collega, era realizzato con una impalcatura in legno e funi che lo rendeva traballante e pertanto inadatto per dipingere.
La realizzazione dell’opera durò molti anni e incontrò mille difficoltà. Lo sconforto del Buonarroti fu davvero grande e portò l’artista sull’orlo della depressione. Era un lavoro che non voleva fare e, pur arrivando a dire a Papa Giulio II che gliel’aveva commissionato “non sono un pittore! Io sono uno scultore!”, non riuscì ad evitarlo.
Le lettere che inviò al padre sono una testimonianza forte del suo stato emotivo. Un opera enorme che, fortunatamente per noi, seppe affrontare con grande sacrificio, portandola fino al suo compimento.
Un opera immensa iniziata il 10 maggio 1508 e terminata il 31 ottobre 1512.
Scrisse in una lettera: «Io ò finita la chapella che io dipignievo el Papa resta assai ben sodisfato».
L’opera evidentemente stupì anche il successivo Papa, Clemente VII, che gli commissionò un nuovo affresco sulla parete in fondo la sala.
Il “Giudizio Universale”.
Le due opere furono eseguite quasi totalmente in solitaria. La prima realizzata a testa all’insù per quattro anni e mezzo di lavoro.
Un’opera che avrebbe gettato nello sconforto chiunque. Per fortuna con grande caparbietà e senso del dovere la portò a termine, regalando al mondo un capolavoro ammirato da 6.000.000 di visitatori l’anno.
Ma quanto sono grandi i due affreschi? Il primo è lungo 40,91 metri e largo 13,41; il secondo 13,70 per 12,00 metri.
Sono in totale più di 700 metri quadrati.
Bene ora vi darò un elemento di paragone attuale.
Immaginate un campo da basket … ora raddoppiatelo.
Questa è la misura dell’immensità dell’uomo Michelangelo.

Michele Vida

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