La forma dell’invisibile – l’arsenale rinasce per la speranza.

Chissà se Ernesto Oliviero ha mai letto “Le città invisibili” di Italo Calvino. Eppure, la sua intuizione e l’operato della “Fraternità della Speranza” che oggi abitano l’Arsenale della Pace a Torino, sembrano incarnare proprio le parole dello scrittore: “Una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice; le città future sono già contenute nelle presenti come insetti nella crisalide”.
Grazie all’opera di un piccolo gruppo di persone, senza una lira, che sognava che il rudere della fucina diventasse casa per le persone in difficoltà, in breve l’arsenale mutò volto e divenne un monastero urbano, porta aperta 24 ore al giorno, luogo di incontro e restituzione di tempo, professionalità, denaro, beni materiali e spirituali.
Mattia, giovane consacrato della Fraternità, racconta che il mondo varca la porta di questo posto. C’è chi cerca un riparo, una soluzione a problemi difficili, ma anche giovani in cerca del senso della vita.
Qui arrivano anche gli ultimi. Che cosa trovano in un luogo che un tempo è stato origine di armi da offesa?
La speranza. Se è cambiato un luogo di morte, in cui sono state prodotte armi che hanno ucciso milioni di persone, è possibile cambiare il proprio cuore, le proprie vite. Qui l’impossibile non esiste.
Che rapporto ha l’arsenale con la città?
L’Arsenale non è un luogo ideale, lontano dai problemi. Anzi. Quella porta sempre aperta e il campanello che può suonare in qualsiasi momento ci hanno fatto incontrare il mondo così com’è, con le sue tragedie e con le sue speranze. Si possono incontrare storie inimmaginabili, perfino delle lacrime a volte, senza dire mai: “Che pena!”. Piuttosto: “Cosa posso fare? Cosa posso fare per te?”. Chi prova a vivere così entra in uno stupore senza fine.
Ci sono state delle sorprese che potete raccontare?
La riconoscenza più grande è per chi ci ha aiutato. Ci sono storie davvero incredibili. Giovani che hanno donato parte del loro stipendio, bambini che hanno rinunciato al regalo di compleanno, poveri che hanno condiviso anche il poco che avevano…
Qual è secondo lei il cambiamento più bello dentro queste mura?
I cambiamenti sono stati tantissimi. Sono cambiate le mura, siamo cambiati noi, sono cambiate alcune situazioni terribili che abbiamo accolto.
Cosa resta ancora da fare?
Credo che ci sia da crescere nel senso di responsabilità. Dico sempre che se la gente smettesse di aiutarci, chiuderemmo in tre giorni. Questo non avverrà mai, ma solo se ognuno di noi continuerà a mettersi in gioco, senza entrare mai nell’abitudine.
Dia un consiglio a chi sente di vivere nel grigiore.
Di fronte a grandi dolori preferisco stare vicino in silenzio. Se posso dire qualcosa, consiglio di alimentare sempre la speranza. Un momento difficile può cambiare, un errore può diventare un’opportunità di cambiamento, un problema l’occasione per crescere. La chiave è sempre quella di camminare insieme e non sentirsi mai soli.

San Paolo – Brasile; Madaba – Giordania; Pecetto Torinese – Italia: sono gli altri tre Arsenali della Speranza, dell’Incontro e dell’Armonia aperti tutt’oggi. In totale quattro piccole città visibili, germi di un futuro nuovo dentro alla complessità della realtà.

Elisa Parise

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