Le tre grazie

Dalle origini a Botticelli e Raffaello fino a Canova e Foscolo.
L’uomo, da secoli, ha sempre cercato di raffigurare e rappresentare in qualche modo le virtù e gli stati d’animo dell’uomo.
Oggi vi parleremo della raffigurazione della “gioia di vivere, della felicità e della prosperità”, che nell’arte vengono rappresentate da “Le tre grazie”.
Il loro mito nasce più di duemila anni fa, nella antica Grecia, come rappresentazione delle tre figlie di Zeus e della ninfa Eurinome.
Agla “splendore”, Eufrosione “gioia e letizia” e Talia “prosperità”, sono raffigurate da tre donne nude, la figura centrale posta di spalle e le due laterali in modo simmetrico.
La raffigurazione senza veli non ha la volontà di amplificare l’eros ma è vista come simbolo della perfezione e dell’armonia attribuite al corpo femminile. Molti gli artisti che si sono cimentati con questo tema; noi per brevità ci soffermeremo solo su alcuni di essi, i più rappresentativi.
Le prime opere risalgono all’antica Grecia e sono opere spesso incomplete e parziali, quasi sempre copie romane di epoca successiva. Solo dopo il medioevo la tematica riprende vigore nell’arte italiana; tra le tante citiamo la “primavera del Botticelli” (1477-1482).
Nell’opera le tre muse, a differenza della tradizione antica, danzano assieme coperte da dei leggerissimi veli e rappresentano la bellezza, la castità e l’amore in una visione filosofica neoplatonica professata dal pittore.
Anche il grande Raffaello si cimenterà con questo tema, solo vent’anni dopo il Botticelli, in un olio su tavola (1503-1504), probabilmente facente parte di un dittico (composizione di due tavole) con il “Sogno cavaliere”, forse commissionato dalla famiglia Borghese.
Il fascino del quadro risiede nella semplicità della composizione mentre le tre donne riprendono la concezione classica del tema e vengono raffigurate in modo simmetrico nella posizione a “chiasmo”, nata con la scultura greca quando il corpo assume un andamento ad “s” (posizione ancora oggi utilizzata dalle modelle).
In epoca manierista, in pieno Cinquecento, le composizioni vengono nuovamente riviste e l’equilibrio e il rigore classico iniziano a vacillare. Nel Seicento, in piena controriforma, la società esige temi a carattere religioso e le tre dee non si prestano molto alle nuove esigenze, tanto da essere raffigurate spesso come opulenti matrone dalle carni flaccide.
Nel settecento le tre dee si prestano a composizioni molto più dinamiche e vengono raffigurate anche da sedute.
Bisognerà attendere il neoclassicismo per ridare vita ed impulso al tema delle
tre grazie. Tra le tante interpretazioni spicca quella dell’italiano Antonio Canova (1817) in un sorprendente ed emozionante collegamento che lo unirà a Ugo Foscolo, che gli dedicò un poemetto ispirato dalla bellezza scultorea dell’opera da lui realizzata: “Le Grazie”.
Il Canova, raffigura le tre muse in una posa dolce e intima. L’armonia è enfatizzata dalle linee morbide e dolci delle donne nel loro abbraccio a simboleggiare un equilibrio ritrovato.
Siamo tutti naturalmente portati alla ricerca della felicità. E’ un bisogno insito nella natura umana. Nel lungo percorso delle nostre vite possiamo imbatterci in momenti difficili e tristi. Guardiamo avanti e riprendiamoci ciò per cui siamo nati, come da un marmo bianco, con tenacia e pazienza, il grande Canova ha fatto sorgere le tre Grazie. Nelle parole di U.Foscolo il nostro augurio.
“…Forse (o ch’io spero) artefice di Numi, nuovo meco darai spirto alle Grazie, ch’or di tua man sorgon dal marmo…”.

Michele Vida

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